Arte Tag: drag

GIORGIA DE SANTI

La mia pratica performativa si sviluppa a partire dalla necessità di lavorare con la complessità e le differenze di corpi e identità. Mi riconosco come collocat* negli interstizi delle definizioni di genere, negli spazi-gap liminali creati da ogni tentativo di categorizzazione. Sono particolarmente interessat* allo stato di transizione (di genere) permanente, come possibilità di ricerca, movimento e cambiamento perenne. Cerco di lavorare con umiltà con possibilità non binarie di genere; attraverso attivismo e performance.

EVA MAYA

EVA MAYA E’ UNA CARTOGRAFA DELL’ANIMO UMANO: LA SUA RICERCA PARTE DALL’INCONTRO CON L’ALTRO. ATTRAVERSO L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE, TECNICA ANTROPOLOGICA GRAZIE ALLA QUALE L’ARTISTA ENTRA IN PROFONDO CONTATTO CON DIVERSE CATEGORIE UMANE, HA LA POSSIBILITA’ DI INDAGARE PARTI IDENTITARIE ARCHETIPICHE QUALI IL FEMMINILE, IL MASCHILE, IL DESIDERIO EROTICO, IL POTERE, IL SUCCESSO. IN QUESTO MODO L’IDENTITA’ DIVENTA UN CALEIDOSCOPIO DI SIGNIFICATI ESPLORABILI: “I WOULD SUGGEST THE POSSIBILITY TO BE MORE”

Ella Bottom Rouge/ Anti Diva

Super femmina, scopro il burlesque dopo anni di teatro fisico. Il mio è un passaggio, un
anti-canone, una liberazione dagli stereotipi. Dentro e fuori il mondo patinato e super
femminile del burlesque c’è anche un altro ambito. Femminile si, glamour, si, ma anche
tanto, terribilmente queer. ……………………………………………

Super femme, I discovered burlesque after years working in theatrical productions.
My character is an anti-canon transition, it’s breaking free the strereotypes.
Inside and outside the glossy and hyper feminine burlesque world there’s another side.
Which is femme, glam and queer as hell.

Cecilia Grasso

Come sarebbe, per una donna, vivere una giornata da uomo?

I retroscena di uno spettacolo Drag sono l’occasione per esplorare dall’interno gli aspetti più intimi del Kinging. Da racconti ed esperienze di un gruppo di Drag Kings, colte anche nel quotidiano, emerge una pratica di costruzione identitaria che inscena gli stereotipi sessuali e denuda il predominio del maschile nella nostra società.

L’autrice, con sguardo partecipe ma non invadente, mostra la fascinazione e la complessità di un cosmo ancora poco noto, dove l’eccedenza si fa spettacolo, e la trasformazione è liberatoria narrazione del sé.

Senith

Senith è performer queer drag, curatrice di workshop ed eventi, attivista queer. Cofondatrice di Eyes Wild Drag, Senith lavora nella sperimentazione dei Generi, dei ruoli e dell’immaginario erotico, rappresentando la prima costruzione performativa e critica delle Faux Queen in Italia, ridisegnando un immaginario queer del femminile. Ha varie volte catturato l’attenzione dei media nazionali ed esteri. Nel 2012 è stata impegnata in un tour mondiale che l’ha portata in numerose città europee fino a svariate tappe negli Stati Uniti. Direttrice artistica di GendErotica, nel 2013, in occasione del festival, ha convocato la prima Fem Conference italiana (ed europea) che ha visto la partecipazione di numerose artiste, attiviste e docenti da svariate parti del mondo. Nello stesso anno, il festival è stato ospite di Arte Fiera di Verona, nello spazio curato dall’associazione Cuntemporary. Nel 2015 nasce l’Erotic Lunch, pranzo-spettacolo dedicato all’erotismo, di cui è performore, regista e art director. Nel 2016, firma il primo spettacolo interamente in assolo, BAD ASSolo. Sempre nel 2016 esce il documentario Al di là dello specchio, di Cecilia Grasso, di cui è coprotagonista, che viene presentato in numerosi festival in Italia e all’Estero. Il film ha vinto, al Newark International Film Festival (Usa), il premio per la miglior regia. Partecipa al lavoro artistico dell’artista italo-libanese Adelita Husni-Bey, La Luna in Folle, selezionato al Premio Maxxi 2016, performando al Museo Nazionale per le Arti del XXI Secolo il 29 settembre.

Stella Stefania Gagliano

Ha studiato a Venezia Arti Visive e dello Spettacolo (IUAV) e si è diplomata a Bologna all’Accademia di Belle Arti. Parallelamente ha praticato Teatro Danza e Danza Contemporanea. Dipinge su tele nude inchiodate a parete, utilizzando crete e carboni neri. Lavora sull’individuo, l’essere umano, la cattiveria e la follia. Ma anche sulle peculiarità che ci contraddistinguono dal magma che siamo. Su ciò che da valore alla mera sopravvivenza. Vive quotidianamente la compresenza della vita e della morte, il coesistere delle dicotomie, la stupidità e la pericolosità, tutta umana, di dare un nome alle cose.
Sul fare pittura scrive: «Abitare il corpo.
Con tutti i suoi nei, le artriti, i pori, i punti neri. La carne, le ossa, il grasso, i seni, il sesso, terminazioni nervose, vasi sanguigni, reti neurali. Il pensiero è nello scheletro. E bocche , orifizi, sudore, umori. Fluidi, liquidi come il corpo. Come il pensiero. Mai fermi. In costante movimento. La stessa vibrazione che è nel gesto che graffia la tela e la scalfisce. E lei risponde. Non asseconda. Preme per dire la sua. E quando questa lotta fra carbone, mani, parete, tela e cervelli trova una conclusione, si rende percepibile il crogiolo abitante l’individuo.»

Elena Giovagnoli

Il lavoro di Andy Gio parte dal proprio corpo e dall’appartenenza ad un genere, quello femminile. Da questo, Andy tenta di rimettere in discussione l’identità di genere attraverso la provocazione, il dubbio, il vuoto, la banalità, il dolore, e ultima ma importantissima: l’autoironia.

Andy Gio inizia il suo percorso artistico molto giovane con il teatro sperimentale ed ha lavorato con diverse compagnie in Italia tra cui il Teatro delle Albe.

Dal 2008 al 2011 è la front-woman del gruppo punk-rock-sdrumm: “Tette Biscottate”. In questo periodo per due anni si trasferisce a Berlino e lavora in teatro con la Volksbühne e la compagnia Dokumentar Theater. Negli ultimi anni sta sviluppando la performance come forma d’arte che riunisce musica e teatro, sue grandi passioni sin da piccola.

Per Andy Gio il corpo, inteso comprensivo di testa e cervello è la cosa più importante. Perciò nonostante qualche incidente e qualche cicatrice Andy pratica attività sportiva agonistica ed inoltre è motociclista e tanguera.

Sheila Fratini

Sin da piccola mi era chiaro come i colori e le immagini avessero avuto un reale impatto sulla mia immaginazione. La prova vivente sono sicuramente i centinaia di disegni collezionati dalla mia famiglia sin dal mio primo tentativo.

Nascere in Italia mi ha dato un immenso senso di frustrazione espressiva. Cosí come un vulcano, arricchendo la mia sensitività visiva, un’enorme quantità di bellezza senza tempo ha sommerso la mia immaginazione. Tutti i sensi attaccati, troppo da digerire, troppo da processare. Un diverso tipo di sindrome Stendhal, uno che mi ha ispirato a disegnare, dipingere; ad urlare visivamente senza svenire.

Ho continuato attraverso gli anni un eccitante percorso di riscoperta individuale e sperimentazione visiva costituita da disegni, dipinti, video, collage e immagini. Il viaggio prosegue…

Giovanna Guerrisi

Il miglior modo per esplorare veramente la realtà che mi circonda é lavorare su quello che conosco meglio: me stessa. Attraverso l’uso della pittura e della fotografia, la mia ricerca si focalizza principalmente su due tematiche: l’identità travestita e i giochi da tavolo. Due filoni che nei miei lavori tendono spesso a mischiarsi e che mi hanno portata a studiare le dinamiche che intercorrono tra i vari sfidanti durante l’utilizzo dei giochi, nonché sull’importanza che questi hanno sullo sviluppo e la formazione di ogni individuo. La gioia

che provavo da fanciulla nel creare vestiti si è trasformata, negli anni, in un piacere sensuale nel travestirmi, prendendo consapevolezza che, attraverso la maschera, posso essere quello che non sono in realtà. Senza scalfire la me stessa reale, posso indirizzare le mie molteplici personalità rimanendo in un terreno ludico e spensierato.

Orlando MYXX e Giovanna Frene

Maschlità XX è un progetto poetico-fotografico. Parla di una “mascolinità senza uomo”, del maschile XX, quello reinterpretato e vissuto dalle donne (tali almeno geneticamente), nelle forme più diverse: quello delle donne androgine o delle lesbiche mascoline (butch), quello teatrale delle Drag King o quello incarnato dei trans (Female-to-Male), o quello più giocoso e saltuario delle travestite.

Il progetto si sviluppa tramite una serie di ritratti fotografici, in forma di dittico, ciascuno accompagnato da un componimento poetico.

Ogni dittico rappresenta la stessa persona in due versioni:  una “neutra” e di rifiuto della  vestita in jeans e t-shirt bianca, e una maschile, con gli abiti e nella posa in cui sente di esprimere tutta la propria “maschilità”.

Le poesie, nate dalle interviste con i soggetti fotografati, serviranno da brevi narrazioni inerenti al vissuto delle singole persone, in riferimento alla loro personale idea del maschile.

Francesco Paolo Catalano

Storytelling e ritrattistica fotografica come veicoli delle pratiche vestimentarie e dell’identità, determinate culturalmente.

L’utilizzo del travestitismo, del make up, della performance fotografica recitativa, e di una cultura dell’abito tra cinema, teatro e moda, per osservare l’illusione della rigidità delle identità di genere e gli stereotipi sociali fondati sulla rigidità del binarismo uomo/donna.

Ninas Drag Queen

Compagnia teatrale nata a Milano al Teatro Ringhiera. Produce spettacoli di rivista, drammaturgie originali e adattamenti di classici teatrali; conduce laboratori per allieve drag e faux queens.

Il nostro lavoro assomiglia a quello del clown: indossiamo costume, maschera di trucco, andiamo a toccare la comicità ma, come accade per la vera clownerie, non si tratta solo di questo: una Drag Queen, per come la intendiamo noi, deve poter far ridere, sì, ma anche emozionare, turbare, e commuovere. Siamo imitatrici prima che attrici, manipoliamo il già esistente, il playback e il citazionismo si trasformano così nel nostro mezzo espressivo, è un procedimento ironico, che nega sé stesso, che è sempre, anche, portatore di un punto di vista su quello che rappresenta, dando luogo a sovrapposizioni di senso.

Non rappresentiamo tanto il femminile, quanto la forma del femminile, l’immagine della donna prima che la donna.

Daniela Comani

“Eine glückliche Ehe”  (Un matrimonio felice):  Work in progress since 2003 Daniela Comani fa da modello a se stessa. Nelle varie fasi della sua serie fotografica si mette in scena contemporaneamente come uomo e come donna all’interno di un moderno matrimonio intellettuale, nel quale i rapporti di genere non dovrebbero più avere alcuna importanza. Ma gli atteggiamenti del corpo parlano la propria lingua.

La diversità nell’uguaglianza della protagonista rende questo gioco sottile e sovversivo.