Arte Tag: identità

EVA MAYA

EVA MAYA E’ UNA CARTOGRAFA DELL’ANIMO UMANO: LA SUA RICERCA PARTE DALL’INCONTRO CON L’ALTRO. ATTRAVERSO L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE, TECNICA ANTROPOLOGICA GRAZIE ALLA QUALE L’ARTISTA ENTRA IN PROFONDO CONTATTO CON DIVERSE CATEGORIE UMANE, HA LA POSSIBILITA’ DI INDAGARE PARTI IDENTITARIE ARCHETIPICHE QUALI IL FEMMINILE, IL MASCHILE, IL DESIDERIO EROTICO, IL POTERE, IL SUCCESSO. IN QUESTO MODO L’IDENTITA’ DIVENTA UN CALEIDOSCOPIO DI SIGNIFICATI ESPLORABILI: “I WOULD SUGGEST THE POSSIBILITY TO BE MORE”

RICCARDO MATAKLAS

Il mio lavoro esplora la coscienza e percezione umana, la scoperta e rivelazione dei vari strati di coscienza. Ho un background di scultura ma principalmente lavoro con performance e pittura e con entrambi esploro il vero potenziale di un essere umano, alla ricerca del suo potenziale completo. Le mie opere testimoniano un approccio fenomenologico per cui spesso si presentano dopo lunghe ricerche e approfondimenti spesso riguardanti il contesto geo-politico. La mia opera rispecchia riflessioni sulla condizione umana, e cerca soluzioni per un cambio di coscienza ed arricchimento interiore, uso l’arte come materiale connettivo tra barriere, stati e coscienza sull’identità e l’ambiente.

I Figli di Marla

I FIGLI DI MARLA è una filosofia, un modo di stare in scena, un modo di vivere e sentire, una disciplina per corpo ed emozioni, un controllo consapevole della nostra energia, una religione per il performer, i figli di marla sono figli del mondo.

Senith

Senith è performer queer drag, curatrice di workshop ed eventi, attivista queer. Cofondatrice di Eyes Wild Drag, Senith lavora nella sperimentazione dei Generi, dei ruoli e dell’immaginario erotico, rappresentando la prima costruzione performativa e critica delle Faux Queen in Italia, ridisegnando un immaginario queer del femminile. Ha varie volte catturato l’attenzione dei media nazionali ed esteri. Nel 2012 è stata impegnata in un tour mondiale che l’ha portata in numerose città europee fino a svariate tappe negli Stati Uniti. Direttrice artistica di GendErotica, nel 2013, in occasione del festival, ha convocato la prima Fem Conference italiana (ed europea) che ha visto la partecipazione di numerose artiste, attiviste e docenti da svariate parti del mondo. Nello stesso anno, il festival è stato ospite di Arte Fiera di Verona, nello spazio curato dall’associazione Cuntemporary. Nel 2015 nasce l’Erotic Lunch, pranzo-spettacolo dedicato all’erotismo, di cui è performore, regista e art director. Nel 2016, firma il primo spettacolo interamente in assolo, BAD ASSolo. Sempre nel 2016 esce il documentario Al di là dello specchio, di Cecilia Grasso, di cui è coprotagonista, che viene presentato in numerosi festival in Italia e all’Estero. Il film ha vinto, al Newark International Film Festival (Usa), il premio per la miglior regia. Partecipa al lavoro artistico dell’artista italo-libanese Adelita Husni-Bey, La Luna in Folle, selezionato al Premio Maxxi 2016, performando al Museo Nazionale per le Arti del XXI Secolo il 29 settembre.

Marika Puicher

Marika Puicher è una fotografa freelance specializzata in reportage sociale. Nel 2009 compie un viaggio in Turchia durante il quale racconta la vita quotidiana dei Curdi. Nell’estate 2010 la ricerca di civili assassinati in Bosnia durante la guerra. Subito dopo è attiva nella documentazione della crisi economica italiana, del dramma delle famiglie italiane che si battono per la loro casa e del disastro chimico dell’ILVA. Nel 2012 vince il “Portfolio Citerna Awward” con il progetto “For the children’s sake”, sugli attacchi terroristici in Italia. Successivamente produce una serie di lavori sulle persone LGBT in Italia, Spagna e Marocco. Con uno di questi, “Ella”, vince il “Pride Photo Award 2015” e con “Solo” vince il secondo premio. “Ella” ha ricevuto anche una menzione d’onore nei MIFA 2015.

Loredana Denicola

Loredana Denicola è una fotografa documentarista e vive a Londra. Il suo rapporto con la fotografia nasce dal desiderio di cambiamento e dall’esigenza di una evoluzione personale che parte dalla scoperta della propria ‘struttura psicologica’, e poi di  comprensione e distruzione della stessa usando il proprio lavoro artistico come potente mezzo di autoanalisi. Sotto questo aspetto il suo progetto, “I am your mirror” è esplicitamente rappresentativo di questo processo nel quale, instaurando un rapporto di intimità con dei perfetti estranei, trovati su Internet, Loredana usa la fotografia per mettere a nudo alcune tra le pulsioni più nascoste e soppresse di entrambi, sbarazzandosi temporaneamente di quegli schemi comportamentali che ci rendono come degli automi che recitano dei ruoli che non ci appartengono per essere accettati dalla società. Il risultato? Un attacco frontale all’identità che può aprire molte porte ma anche lasciare profondamente disturbati proprio come fissarsi allo specchio e chiedersi: chi siamo veramente?

Alberto Barazzuti

La mia attenzione va soprattutto a temi che riguardano l’individuo e l’identità nell’attuale società della comunicazione e della tecnica, quindi ai processi economici e culturali che determinano le dinamiche sociali, ai processi di mondializzazione e di esclusione, all’invasività del mondo multimediale e alla pervasività della tecnologia. Penso che sia importante elaborare una strategia di sopravvivenza partendo dalla propria marginalità; decolonizzare il proprio immaginario da quei valori che tendono all’omologazione per poter formulare nuove ipotesi di partecipazione.

Silvia Giambrone

Uso soprattutto l’arte concettuale per illustrare il mio commento sulla società con un focus sulla relazione tra il soggetto e il potere. Attraverso diversi media, compresi performance, installazione, scultura e suono, esploro le pratiche del corpo e le contemporanee politiche di genere, rendendo gli spettatori consapevoli dei modi  nascosti e silenziosi tramite cui il potere entra nella vita di tutti i giorni e colpisce le relazioni. Sono interessata alla cultura materiale e visiva e scavo nella vita e nelle pratiche quotidiane per svelare, come se fosse quasi un’operazione archeologica, i segni delle prove sia fisiche che invisibili del processo di ‘soggettivazione’.

Alex Hai & Yamada Hanako

Alex Hai è conosciuto come il primo gondoliere donna di Venezia. Con la collaborazione dell’artista Yamada Hanako, ha prodotto una serie fotografica per raccontare sé stesso.

Silvia De Gennaro

Il tema di riflessione attorno a cui ruotano i miei lavori è la condizione umana: dalla sua eterna ricerca della spiritualità alla sua attuale condizione sociale. Nelle mie opere  analizzo, spesso con sguardo ironico, l’impatto dei media sull’uomo contemporaneo; i falsi miti, la mancanza di speranza ed ideali.

ZEGRA production

L’arte di ZEGRA indaga i confini della lingua e dell’immaginario contemporaneo attraverso la filosofia femminista della differenza. I suoi oggetti sono misure di distanze che intercorrono tra la percezione del corpo in relazione e l’uso di categorie astratte.

La produzione poetica di ZEGRA è strettamente connessa all’attività filosofica (http://www.iaphitalia.org/) e alla critica teatrale (http://nucleoartzine.com/) di Enrica Giannuzzi, ma si nutre del dialogo e della collaborazione con artiste visive e parlanti molteplici.

A Queer Culture Illustrated Guide

A Queer Guide è un’enciclopedia for-dummies sul mondo LGBT, i suoi termini e le sue icone. Un modo divertente per imparare e trovare tutto ciò che serve per combattere ignoranza e quindi discriminazione.

La guida è aperta a contributi, per essere aggiornata ogni volta che qualcuno ha qualcosa da aggiungere. A Queer Guide è anche un piccolo booklet cartaceo. Lo puoi acquistare e regalare alla tua dolce metà, ai vicini di casa omofobi, a Babbo Natale, ai tuoi genitori e agli amici etero che ti chiedono costantemente “..ma come funziona con te?”

Silvia Chiogna

Per il Film MIRCO ho scelto di non lavorare secondo lo stile documentaristico convenzionale. Non volevo osservare le persone dall’esterno e fare un film sugli altri, i Transgender, i diversi. Volevo affrontare l’argomento Generi nel suo significato generale perché è un argomento che penso riguardi tutti. Per questa ragione, a metà del film, entro in scena io stessa come persona che nel film dovrebbe rappresentare la classica ottica bipolare uomo-donna.

Non ho voluto fare un film che affronta l’argomento raccontando solo il lato deprimente di chi purtroppo si scontra tutti i giorni con una società di generi normativa e rigida, anzi, ho cercato di esplorare questa tematica con leggerezza, riconoscendo nel gioco e nello scherzo un’occasione per mostrare un punto di vista differente. Per questo ho realizzato insieme a uno dei protagonisti alcune scene da Agent provocateur,  infrangendo le regole di comportamento di genere e osservare le reazioni delle persone, semplicemente filmandole.

Rambelli e Bigi

’29 our circled world’ è un progetto di Silvia Bigi e Laura Rambelli, nato dall’idea che la femminilità e lo spazio delle donne di oggi abbiano bisogno di essere ri-trovati cercando una nuova direzione. I combattimenti degli anni ‘70 hanno contribuito a dare importanti diritti sociali, beni materiali e spazio alle donne, ma allo stesso tempo hanno creato una grande distanza nei confronti della loro vera natura. Donne e uomini sono diversi. Questa diversità è vissuta profondamente nei nostri corpi, nella nostra vita circolare, nelle nostre trasformazioni, biologiche e mentali. É arrivato il momento di accettare la nostra diversità, che in realtà è proprio la nostra forza, la reale natura, l’origine dell’amore: uomini e donne sono complementari. 29 rappresenta un primo tessello nella creazione di nuove forme di espressione che rinunciano a combattere in nome di una condizione di uguaglianza sterile. L’arte ha oggi altri modi per arrivare: più sottili, profondi, dolci, circolari.

Stella Stefania Gagliano

Ha studiato a Venezia Arti Visive e dello Spettacolo (IUAV) e si è diplomata a Bologna all’Accademia di Belle Arti. Parallelamente ha praticato Teatro Danza e Danza Contemporanea. Dipinge su tele nude inchiodate a parete, utilizzando crete e carboni neri. Lavora sull’individuo, l’essere umano, la cattiveria e la follia. Ma anche sulle peculiarità che ci contraddistinguono dal magma che siamo. Su ciò che da valore alla mera sopravvivenza. Vive quotidianamente la compresenza della vita e della morte, il coesistere delle dicotomie, la stupidità e la pericolosità, tutta umana, di dare un nome alle cose.
Sul fare pittura scrive: «Abitare il corpo.
Con tutti i suoi nei, le artriti, i pori, i punti neri. La carne, le ossa, il grasso, i seni, il sesso, terminazioni nervose, vasi sanguigni, reti neurali. Il pensiero è nello scheletro. E bocche , orifizi, sudore, umori. Fluidi, liquidi come il corpo. Come il pensiero. Mai fermi. In costante movimento. La stessa vibrazione che è nel gesto che graffia la tela e la scalfisce. E lei risponde. Non asseconda. Preme per dire la sua. E quando questa lotta fra carbone, mani, parete, tela e cervelli trova una conclusione, si rende percepibile il crogiolo abitante l’individuo.»

Anna Ramasco

Anna Ramasco stages collective performances aiming to overcome the existing scepticism over the “diverse” through the use of light, ironic and positive spins. She gives particular attention to dis-abilities, especially deafness. Her “50 segnanti” performance happened at Palazzo Grassi in May 2014 during the estranged atmosphere of a Doug Wheeler performance. In her individual performance “La

In her individual performance “La fioraia” ArtVerona 2013, she celebrates sexuality (sometimes dramatic, other times soft and kitsch) dancing with handmade and already-made phalluses that get put in vases of plants and flowers.

Gennaro Maione

Gennaro Maione si è formato in danza classica e contemporanea al Teatro Scuola Rossella Rossi di Napoli e per mantenersi a passo con le tecniche di danza contemporanea partecipa a seminari, lezioni e laboratori a Berlino, nelle scuole di danza Tanzfabrik e Dock 11, e a Bruxelles nella scuola di danza contemporanea DCJ e la compagnia Thor. Il suo progetto Peil il.el prende spunto dal romanzo francese “Tarantula” di T. Jonquet, famoso per essere stato rivisitato dal regista spagnolo Pedro Almodovar nel film “La Pelle che Abito.” Peil il.el é una performance incentrata sul tema dell’identità e questioni che la riguardano: cosa é l’identità? chi veramente lo può sapere? perché esiste ancora un bisogno di confondere l’identità di genere con il il ruolo di genere? […] Genere e sesso sono due cose separate, anche se molto spesso i due termini vengono scambiati. Sesso é un elemento fisico, il genere é una componente dell’identità che risiede nel cervello.

Ruben Montini

Nato a Oristano nel 1986, Ruben Montini vive e lavora spostandosi in tutta Europa. Nella sua ricerca artistica focalizza l’attenzione su questioni di genere, studiando quali possano essere le possibili applicazioni del linguaggio radicale e talvolta violento che ha caratterizzato la performance femminista fin dagli anni ‘60, fino a tematiche queer. Le sue performance offrono spesso una facciata mondana e narcisistica che subito rivelano (paradossicalmente) un messaggio essenzialmente politicizzato.

Tra le piu’ recenti apparizioni ricordiamo la Biennale di Istanbul (2013) e la collettiva Fuck Taboo, a cura di Carlo Medesani (2013, Galleria Camera16, Milano). Sito della galleria rappresentante l’artista http://www.massimodeluca.it

Alice Pedroletti

Ha lavorato come fotografa collaborando con riviste di design e lifestyle, case discografiche, brand di moda, uffici stampa e agenzie di comunicazione per importanti settori del corporate internazionale. Ha insegnato allo IED di Milano reportage e ricerca editoriale e negli ultimi anni si è occupata di pubblicità.

Parallelamente si è sempre interessata all’arte contemporanea realizzando mostre e progetti sperimentali, partecipando a residenze per artisti o a progetti internazionali.

Dal 2012 è totalmente concentrata sul suo percorso artistico, basato sullo studio della relazione che lega l’uomo all’ambiente circostante, sullo spazio come estensione di un pensiero o come risultante tra vuoto e assenza, sul tempo e la sua percezione in relazione alla fruizione stessa dell’arte e sull’etimologia delle parole che caratterizzano i suoi lavori. Usa principalmente fotografia, video, scrittura, archiviazione, audio.

Valentina Roselli

Nata a Torino nel 1986, Valentina Roselli concentra il lavoro sullo sviluppo di simbologie collettive nel contesto contemporaneo e affronta temi dell’esotismo avvalendosi dell’antropologia visiva.

Si forma in Accademia Albertina di Torino, in Kuvataideakatemia di Helsinki e si laurea allo IUAV di Venezia. Assegnataria degli studi d’artista BLM (2012) ha partecipato a Un’Idea Brillante (Frise Künstlerhaus – Hamburg 2014), Padiglione Crepaccio at yoox.com (Venezia 2013), Beyond Death (54° Biennale di Venezia 2011).

Giovanna Lacedra

Il corpo è realtà tangibile di noi stessi. E’ strumento di libera espressione o narrazione di quel  che siamo stati, di quel che siamo, di quel che subiamo, di quel che tratteniamo, di quel che potenzialmente sappiamo dare o negare. Il corpo dice.

Partendo da questa consapevolezza, la ricerca di Giovanna Lacedra si incentra su tematiche prettamente relative all’universo femminile, nello specifico ai nodi, ai traumi e ai disagi vissuti dalle donne, sovente tra vergogna e silenzio o sotto la cappa dell’omertà.

Le tematiche fino ad ora affrontate all’interno di progetti portati in scena sono: anoressia e bulimia, prevaricazione e violenza di genere, depressione, suicidio, abuso dell’infanzia.

Mona Lisa Tina

Artista, performer e arte terapeuta, Mona Lisa Tina vive e lavora a Bologna. Nata a Francavilla Fontana (BR) nel 1977, si è diplomata nel 2005 in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e si è specializzata nel 2012 in Arte Terapia. Dal 2014, ha attivato in collaborazione con lo psicoanalista Giovanni Castaldi, un progetto formativo sull’identità presso la GAM di Torino.

Pone al centro di tutte le sue riflessioni il Corpo come luogo di continui processi trasformativi psichici e fisici. Le sue azioni incarnano rituali entro cui esso è coerentemente proposto come asessuato, mutante e contaminato e dove il luogo adibito all’azione è spesso modificato nelle sue coordinate spaziali. Promuovendo, all’interno dell’azione performativa, un momento di quasi ancestrale autocoscienza e una reale riappropriazione identitaria, l’artista intende proporre una fisicità “alternativa”, che si libera dai modelli di bellezza standardizzati, esibendola come spazio simbolico aperto e veicolo di comunicazioni significative.

Stefano Scheda

Ho sempre cercato di catturare i cortocircuiti della realtà senza alterare di essa la fisionomia oggettiva ma lasciando percepire ad un secondo sguardo lo scarto, lo strabismo, l’altrove. Dalla mia prima ricerca artistica incentrata sul rapporto corpo/architettura sono passato ad indagare maggiormente le questioni di carattere sociale: immigrazione, razzismo (Di-visione 2007/2010), la paura e le minacce (Meteo 2004), l´identità nazionale e la condizione femminile (Le sfoglie di Garibaldi 2011) e inoltre il problematico gender (Roll n’Roll 2009); installazioni o performance che spesso divengono  sequenze fotografiche o video.  Anche la serie “ Fuoridentro”, per il tramite del motivo ricorrente dello specchio, include lo spettatore come parte in causa del gioco provocatorio e irritante di questa produzione ad interrogazione della soglia come apertura-chiusura bifronte e contemporanea dello sguardo.   Tutto il mio lavoro è comunque  realizzato attraverso una duttilità dinamica, conduce ad una speculazione sulla percezione della realtà e la sua possibile traduzione mediale, abdicando allo spettatore la difficoltà di distinguere fra illusione e realtà. Questa opposizione spaziale caratterizza non solo una condizione fisica ma anche psichica dell’anima, rilevante in tutte le dimensioni dell’esistenza. L’aspetto performativo-relazionale che sto  sperimentando in T(r)ATTO,è il  proseguimento  ideale della performance ” Looking for the body of the Artist”,da me  realizzata,alla Galleria Martina Detterer di Francoforte: l’Artista nudo, dentro una stanza al buio, diveniva, per il visitatore/esploratore, invisibile ma toccabile.

Sergio Racanati

Il mio lavoro è ispirato da un interesse per la storia sociale dell’uomo e la sua relazione con l’ambiente urbano, politico e architettonico. Analizzo gli elementi laterali dimenticati dalle narrative storiche riflettendone il rapporto tra il paesaggio urbano e l’evoluzione civile dell’uomo; contesto la storia del comportamento comunitario in architettura e politica studiandone il rapporto tra memoria individuale e collettiva. Un lavoro del corpo, non inteso come diario privato, che respinge ogni narrativa intenta a favorire prospettive analitiche ma che punta a costruire un deposito di memoria culturale da cui si possa prendere riferimento cosicché possa essere usato come critica del presente. Uno studio tende alla rilettura in chiave critica dei sistemi di potere e la complessa realtà dell’economia globalizzata. Una visione artistica e una vita che muovono tra ‘sottoculture di resistenza’ che tentano di resistere la massificazione della vita urbana, la distruzione dell’ambiente e del paesaggio. Ciò é anche un atto politico attraverso il linguaggio dell’arte quando assume il significato di organizzazione, impiego e gestione dello spazio comune, sociale e collettivo. I contesti che vengono piú spesso utilizzati nella mia ricerca artistica sono ‘residui,’ ovvero piazzati al confine tra la produzione di conoscenza e l’uso industriale risultato del ‘potere illegale’ e speculativo della vita stessa. L’importanza politica risponde alle multiple richieste della gente che richiede una revisione delle dicotomie tra pubblico/privato, visione individuale/visione collettiva.

Fagarazzi Zufellato

Andrea Fagarazzi e I-Chen Zuffellato sono due registi e performer indipendenti che collaborano dal 2005. Realizzano progetti in cui esplorano i concetti corporei utilizzando diversi linguaggi espressivi tra cui la performance e l’arte visiva, per investigare le fratture della società e la diversità in relazione all’alterità che attraversa l’identità. Questionano l’atto performativo, le sue forme e la sua relazione con il pubblico. La performance Io Lusso riceve il 3° premio EXTRA 07/08 (Gai) “per aver affrontato seduzioni e contraddizioni della società dell’immagine sabotandone i codici attraverso il linguaggio del corpo”. Enimirc (2009-2010) è una performance che attraverso un processo di decostruzione del crimine mette in bilico il rapporto tra performer e spettatore. Kitchen Of The Future (2012) coinvolge 50 persone di una comunità di riabilitazione psico-sociale di Arzignano (VI). Il progetto “Boutiti, Douadi, Mustapha” (2013) è realizzato con tre ospiti di case di accoglienza per senza fissa dimora. Con l’installazione Bet On Utopia ricevono una menzione speciale ad Indipendents/ArtVerona 2014. Le loro produzioni sono presenti a livello nazionale ed internazionale.

Elena Giovagnoli

Il lavoro di Andy Gio parte dal proprio corpo e dall’appartenenza ad un genere, quello femminile. Da questo, Andy tenta di rimettere in discussione l’identità di genere attraverso la provocazione, il dubbio, il vuoto, la banalità, il dolore, e ultima ma importantissima: l’autoironia.

Andy Gio inizia il suo percorso artistico molto giovane con il teatro sperimentale ed ha lavorato con diverse compagnie in Italia tra cui il Teatro delle Albe.

Dal 2008 al 2011 è la front-woman del gruppo punk-rock-sdrumm: “Tette Biscottate”. In questo periodo per due anni si trasferisce a Berlino e lavora in teatro con la Volksbühne e la compagnia Dokumentar Theater. Negli ultimi anni sta sviluppando la performance come forma d’arte che riunisce musica e teatro, sue grandi passioni sin da piccola.

Per Andy Gio il corpo, inteso comprensivo di testa e cervello è la cosa più importante. Perciò nonostante qualche incidente e qualche cicatrice Andy pratica attività sportiva agonistica ed inoltre è motociclista e tanguera.

Maria Teresa Gavazzi

Laureata in Pittura all’Accademia di Brera, Milano. Ha studiato Fusione del Ferro al Art Institute di Chicago e Ritratto in Fotoreportage al London College of Communication di Londra.

La sua pratica abbraccia pittura, disegno, collage, fotografia, video, installazione, performance e progetti interattivi.

Gavazzi indaga riti e passioni della società odierna, reinterpretandone gli stereotipi e ricreando momenti spesso ludici, pervasi da un sottile umorismo.

I ritratti sono il frutto di un percorso interattivo tra l’artista e il soggetto che vi si presta. Gavazzi propone un tema e l’uso di simboli e pseudo maschere, volti a comporre un ritratto altro, una riflessione sul sé e sui limiti e l’ambiguità dei generi.

La varietà dei mezzi usati e dei luoghi in cui il suo lavoro si esplica -in studio, in gallerie, in spazi pubblici, per strada, in parcheggi sotterranei-  confronta di volta in volta realtà e pubblico assai diversi.

Maria Teresa Gavazzi vive e lavora a Londra

Elisa Giuliano

Con il suo progetto “Families of choice”,  Elisa Giuliano fornisce una definizione inglese che spiega il sempre crescente aumento delle convivenze in tutto il mondo. Ma cosa significa il termine famiglia oggi? L’Italia è un Paese ricco di discriminazioni. L’idea di diverso è ancora oggi viva e radicata nel pensiero comune del cittadino medio.

La concezione della tradizionale famiglia cattolica sta scomparendo, ma il nostro Paese non sembra ancora pronto ad accettare che due individui diversi possano considerarsi, ed essere considerati, una famiglia. Pensiero ancora più critico se rivolto nei confronti di due individui dello stesso sesso.

A causa di questi pregiudizi, ancora oggi in molti lottano per aver riconosciuti i propri diritti. Families of Choice si propone di mostrare realtà esistenti, famiglie che ogni giorno vivono esattamente come tali, ma che per lo stato italiano tali non sono. Si rivolge a tutti coloro la cui unione, ad oggi, non è riconosciuta legalmente nel nostro Paese.

CINZIO (fabrizio) Batuello

Culture jamming, traducibile in italiano con “interferenza culturale”, è una pratica contemporanea che mira alla contestazione dell’invasività dei messaggi pubblicitari veicolati dai mass media nella costruzione dell’immaginario della mente umana.

La pratica del culture jamming consiste nella decostruzione dei testi e delle immagini dell’industria dei media attraverso la tecnica dello straniamento e del dètournement, cioè lo spostamento di immagini e oggetti dalla loro collocazione abituale per inserirli in un diverso contesto semantico, dove il loro significato risulti mutato, se non capovolto. Il risultato è in genere la trasmissione di un messaggio di critica radicale del sistema economico che avviene per mezzo dello stravolgimento del suo apparato ideologico-pubblicitario, nel tentativo di liberare l’individuo dal ruolo di ricevente passivo e indurlo a un consumo critico e consapevole del linguaggio dei media.

L’ utilizzo della maschera, la gestualità ironica usata nell’ azione di “interferenza culturale”, sono le  caratteristiche del mio lavoro.

exVUOTO Teatro

Al centro della ricerca di exvUoto teatro c’è il tentativo di capire e di conoscere il senso di vuoto e/o di svuotamento che vive l’uomo contemporaneo, forse non più alienato ma di certo assuefatto ed anestetizzato. exvUoto teatro parte, appunto, dal vuoto, per cercare la scaturigine del sentire e della vita. Alterniamo lavoro in sala (training fisico e vocale), a prove a tavolino sui testi che noi stessi scriviamo.

Ci guardiamo attorno, “perdiamo tempo” inseguendo sensazioni ineffabili e cerchiamo di tradurle su carta e poi in immagini, o viceversa. Lavoriamo per simboli e metafore. Affrontiamo gli sguardi degli altri. Lavoriamo in strada, indifesi. Lavoriamo in vetrina, provando il nostro spettacolo in un negozio sfitto, sotto gli occhi di chi passa. Pubblico ludibrio ed intima pornografia. Anche se siamo vestiti. Lavoriamo sull’immobilità.

Usiamo tantissima musica per coprire i nostri respiri ma la spegniamo all’improvviso per sentire il loro suono, o quello delle articolazioni che tornano a muoversi.

Giovanna Guerrisi

Il miglior modo per esplorare veramente la realtà che mi circonda é lavorare su quello che conosco meglio: me stessa. Attraverso l’uso della pittura e della fotografia, la mia ricerca si focalizza principalmente su due tematiche: l’identità travestita e i giochi da tavolo. Due filoni che nei miei lavori tendono spesso a mischiarsi e che mi hanno portata a studiare le dinamiche che intercorrono tra i vari sfidanti durante l’utilizzo dei giochi, nonché sull’importanza che questi hanno sullo sviluppo e la formazione di ogni individuo. La gioia

che provavo da fanciulla nel creare vestiti si è trasformata, negli anni, in un piacere sensuale nel travestirmi, prendendo consapevolezza che, attraverso la maschera, posso essere quello che non sono in realtà. Senza scalfire la me stessa reale, posso indirizzare le mie molteplici personalità rimanendo in un terreno ludico e spensierato.

Roberta Orlando

Unendo la semplicità delle immagini nella continua ricerca di sperimentazione senza confini, Roberta Orlando crea, elabora e sviluppa l’impatto digitale della comunicazione visiva insieme alla sincronia audio, esplorando territori inquieti, intimi, riflessivi e osservando l’emotività dei corpi, dei suoni e delle atmosfere che circondano la realtà dei sensi. r0. lavora con la fotografia, video e live media in Europa e USA.

Gran parte della ricerca di Roberta Orlando è basata sulla performance e l’identità di genere, con un’attenzione specifica alla discriminazione per l’orientamento sessuale.

I suoi lavori sono stati presentati in numerosi spazi pubblici, gallerie d’arte e musei in Europa (Italia, Germania, Regno Unito, Spagna, Francia, Norvegia, Austria, Olanda, Estonia, Polonia, Svizzera, Croazia, Belgio, Grecia, Svezia), USA (New York, Illinois, Florida, California, Pennsylvania) e Canada (Ontario).

Nel 2014 ha organizzato e curato il festival di performance Teoremi con Archivio Queer Italia e CUNTemporary al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova.

Francesco Paolo Catalano

Storytelling e ritrattistica fotografica come veicoli delle pratiche vestimentarie e dell’identità, determinate culturalmente.

L’utilizzo del travestitismo, del make up, della performance fotografica recitativa, e di una cultura dell’abito tra cinema, teatro e moda, per osservare l’illusione della rigidità delle identità di genere e gli stereotipi sociali fondati sulla rigidità del binarismo uomo/donna.

Tiziana Contino

Le sue opere sono progetti multimediali sviluppati tramite lʼutilizzo di foto, video, installazioni multimediali e performance interattive, dove lo spettatore è chiamato ad unʼinterazione sinestetica ed emotiva. Il suo lavoro si sviluppa con influenze dei filosofi Gilles Deleuze e Felix Guattari. Le interessano in particolare i concetti di “nomadismo del pensiero” e “deterritorializzazione”.

Questi concetti sono orientati prevalentemente ad un’analisi dell’uomo e del mondo in cui vive e con cui si relaziona. A questi base concept, lega l’idea di  Transgenderismo, come infinita possibilità di transitare da un genere all’altro in un’idea di “momenti d’identità”.

La sua ricerca è orientata verso la performance di interazione come studio dei comportamenti umani nel tentativo di sovvertire abitudini staticizzate. Gli ultimi progetti mirano ad azzerare distanza e diffidenza che ritroviamo quotidianamente nella vita e nei rapporti con gli altri, sono performance di interazione votate al ristabilimento del contatto o/e alla riflessione su di esso.

Pierfabrizio Paradiso

Artista e performer, vive e lavora a tra Milano e Berlino. E’ stato performer per artisti come Lothar Hempel (Giò Marconi, Milano), Ei Arakawa (Artissima 17, Sez. “The Dancers”) e al momento per la compagnia Signa (Copenhagen/Volksbühne, Berlin). Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera e ha ottenuto un MA in Visual Arts and Curatorial Studies presso la Naba di Milano, dove è stato anche Tutor per i progetti del Dipartimento di Arti Visive.

Centrale nel suo lavoro è riattivare il Quotidiano come qualcosa di imprevisto, ripensare il vuoto o l’intestizio come spazio di possibilità per una costruzione collettiva di un immaginario nuovo, dove artista e spettatore non sono chiamati a interpretare nessun ruolo definito ma si coinvolgono in uno scambio orizzontale  e reciproco l’uno con l’altro.

Sara Lucas Agutoli

“La mia ricerca artistica cerca di analizzare le problematiche riguardanti la rappresentazione del sé, il genere e il racconto nell’intento di creare una sorta di dialogo dialettico che decostruisca gli stereotipi culturali. Gli autoritratti performativi che presento,  risultato di un lungo studio sulla “messa in scena,” sono inchieste personali sulla relazione esistente tra genere e natura sessuale; sono riflessioni sull’androginia, la pluralità e fluidità della rappresentazione individuale, ma anche meditazioni sul legame tra chi è al centro del palco, il fotografo, il luogo e il pubblico. Cerco di esplorare e superare i limiti tra le diverse componenti elaborative e ricettive dello scatto fotografico, così da sfocare i confini fra soggetto e oggetto, osservatore e attore tramite l’autoritratto, la performance e l’inclusione dello spettatore nella costruzione di significato della foto.”

Penzo + Fiore

Penzo + Fiore nascono come duo nel 2009. La loro ricerca artistica si esprime attraverso performance, installazione e fotografia. Negli anni il focus della loro poetica si è concentrato sulla natura stessa dell’essere umano, indagato attraverso le proprie paure, fragilità, perversioni, forme del vivere sociale. Su un filo spesso in contatto con il binomio eros e tanathos, la coppia è un terreno indagato di frequente e mostrato nelle sue diverse sfaccettature, tra contraddizioni, ambiguità e desiderio.

Seguendo una personale attitudine che caratterizza entrambi, Penzo+Fiore hanno dato vita ad un processo di dialoghi intimi e personali con persone incontrare casualmente in contesti di varia natura, per forzare il limite tra intimo e pubblico che costituisce il crinale più delicato della relazionalità.

Curatorialmente, con l’associazione Cantiere Corpo Luogo, danno vita a progetti attivatori sia sul piano personale, della ricerca dell’individuo in se stesso, sia su quello pubblico e territoriale. Vivono e lavorano tra Venezia e Berlino.

Daniela Comani

“Eine glückliche Ehe”  (Un matrimonio felice):  Work in progress since 2003 Daniela Comani fa da modello a se stessa. Nelle varie fasi della sua serie fotografica si mette in scena contemporaneamente come uomo e come donna all’interno di un moderno matrimonio intellettuale, nel quale i rapporti di genere non dovrebbero più avere alcuna importanza. Ma gli atteggiamenti del corpo parlano la propria lingua.

La diversità nell’uguaglianza della protagonista rende questo gioco sottile e sovversivo.

Francesca Fini

Francesca Fini (Roma, 1970) è un’artista italiana la cui pratica coinvolge new media e performance art. Generalmente, i suoi live projects [progetti dal vivo] affrontano problematiche sociali e politiche e sono un mix di lo-fi technology [tecnologia di bassa qualità], strumenti interattivi fatti in casa, audio e video. Principalmente interessata alla video e live art, l’artista crea anche opera tangibili in cui ‘reperti’ di performance art vengono assemblati con stampe fine-art di fermo-immagini da video.

Eventi artistici a cui ha preso parte negli ultimi anni: WRO Biennale in Polonia nel 2011, ADD Festival al Museo Macro a Roma, finale del Laguna International Art Prize a Venezia, CINEMED Film Festival a Montpellier, Taormina Film Festival, Berlin Directors Lounge, IKONO TV Film Festival, FILE Electronic Language International Festival in Brasile, FONLAD Digital Art Festival e infine, Cologne Off and Magmart Video Art Festival (vincitrice nel 2010, 2012 e 2013). Nel 2012  è stata invitata alla prima edizione del “Venice International Performance Art Week,” curata da VestAndPage insieme ai lavori di, fra i tanti altri artisti, Valie Export, Jan Fabre, Yoko Ono, Boris Nieslony e Hermann Nitsch. Nel 2014 è stata selezionata per il concorso Margareth Guthamn Musical Instrument Competition, organizzato dal Georgia Institute of Technology. E’ stata inoltre invitata a Kolkata, in India, per “Ghost of Shakespeare” Performance Art Festival, ed é stata selezionata a partecipare all’International Watermill Center Summer Program, diretto da Robert Wilson a Watermill, New York.

Chiara Trivelli

La mia pratica artistica parte dal presupposto che l’arte si possa comprendere come un diretto intervento sui processi di trasmissione culturale che concernono gli spazi pubblici, le comunità che vanno scomparendo e i luoghi dimenticati e si preoccupa di mettere in discussione identità e lingue.

Non è tanto un lavoro individuale quanto uno basato sull’approccio partecipativo che tratta l’immateriale: la memoria, l’ambiente, la marginalità e la trasformazione sociale. Con l’attivarsi di certi processi condivisi si viene quasi costretti ad accantonare il nostro ego: questa è la parte più dura della mia pratica. L’esporre una critica di relazione diventa così qualcosa di intrinseco all’arte, un processo di crescita collettiva.

Provo a raccontare delle storie vere che compongo collettivamente attraverso video, installazioni, tracce sonore, performance e, dopo aver adottato un alternativo punto di vista dal fatto originale, sviluppo metodi site-specific per riscriverne i vari contesti.